10/12/21

Il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, sullo sciopero generale proclamato da CGIL e UIL il 16 dicembre dice che "Un sindacato che si permette di far perdere un solo giorno di scuola ai nostri figli, in un paese che di giorni di scuola ne ha persi fin troppi durante la pandemia, merita di essere considerato per ciò che è: impresentabile sul presente, indifferente sul futuro". 
Mi è venuta in mente questa scena dei Simpson e ho riso per quanto simili siano l'affermazione del direttore e l'atteggiamento della moglie del reverendo Lovejoy. Fintamente melodrammatici e buonisti entrambi. Ma in realtà profondamente reazionari. 

Se c'è una cosa su cui tutta la letteratura scientifica converge è sul ruolo che i sindacati hanno giocato nell'aumentare la protezione del lavoro e dei lavoratori. Paesi con sindacati storicamente più forti sono anche quelli con un welfare state più universale e generoso. I sindacati, e il conflitto sociale e distributivo che essi hanno il ruolo di istituzionalizzare, sono essenziali per il buon funzionamento di ogni democrazia. 

Per questo, tutti e tutte dovremmo aderire allo sciopero generale il 16 dicembre. Per chiedere che i soldi del PNRR non finiscano, come pare stia invece accadendo, tutti nelle tasche dei privati e a vantaggio delle classi medio/alte che sono molto rappresentate nell'attuale Parlamento (e nella maggioranza che sostiene il Governo) ma sono minoranza nella società.

06/10/21

Il blog compie 10 anni 🎂

Uno spazio che in questi anni ha ospitato un sacco di cose tanto diverse tra loro. Che mi ha visto ventenne incazzato, venticinquenne sognatore e trentenne po’ più realista. Che mi aiutato a coltivare il dubbio ogni volta che mi trovavo a scriverci qualcosa sopra. Che mi permette di tener traccia del percorso, dei fatti, delle cose importanti. Uno spazio libero, che spesso non ho onorato abbastanza ma che è sempre stato lì. A disposizione di me che scrivevo, e di voi che leggevate. Sono contento.

30/09/21

Tre cose su Mimmo Lucano

Il tribunale di Locri ha condannato Mimmo Lucano a 13 anni per favoreggiamento all'immigrazione clandestina. Questa è la notizia del giorno, sconvolgente nella sua violenta abnormità. 

Per capirci, un fascista qualche anno fa è andato in giro per la sua città sparando a dei migranti e di anni ne ha presi 12 (col rito abbreviato). Mentre un ex presidente della regione e il braccio destro dell'uomo politico più importante degli ultimi 30 anni ne hanno presi 14 in due per aver favoreggiato Cosa Nostra. 

Molti insegnamenti possono essere tratti da questa sentenza. 

 Il primo è che il potere, pur di conservarsi, è disposto a stritolare senza pietà chi lo mette in pericolo. A tal proposito è bene ricordare la vicenda del giornalista antimafia Pino Maniaci, che con le sue inchieste si è messo contro degli uomini potenti i quali hanno ovviamente cercato di fargliela pagare con tutti i mezzi a loro disposizione (è pure uscita una serie su Netflix di recente, guardatela).
Il secondo insegnamento, conseguenza del primo, è che le persone perbene possono andare in galera anche ingiustamente. E qui gli esempi, da Gramsci a Mandela, sono davvero troppi per essere elencati in un post. E se da un lato la nostra coscienza grida di dolore per ingiustizie così lampanti, è anche vero che le idee degli uomini giusti sono spesso più forti del cemento armato e del filo spinato con cui sono costruite le prigioni. Le idee degli uomini giusti evadono il confino, sempre, fino a diventare senso comune. E di nuovo questo è la storia ad insegnarcelo. 

Infine, con una nota di sarcasmo, verrebbe da dire che semmai vi venisse in mente di aiutare qualcuno in difficoltà, sia esso un migrante o il vostro vicino di casa, converrebbe non farlo. Piuttosto sparargli contro o fare un voto di fedeltà alla mafia. Ce la si caverebbe con pene inferiori. Potere dell'ingiustizia a norma di legge.

ff

25/08/21


 

Negli ultimi mesi ho notato un aumento significativo di questo tipo di dichiarazioni su giornali e tv: "imprenditore X non trova lavoratori per colpa del reddito di cittadinanza", o ancora "politico Y del partito Z (di destra) dichiara che il reddito di cittadinanza disabitua al lavoro". 
L'obiettivo di articoli come questo è subdolamente politico: far diminuire l'approvazione che il reddito di cittadinanza ha tra la popolazione per poterlo cancellare e/o ridurre senza che la gente scenda in strada coi forconi. E lo fanno cercando pazientemente di convincerci che, citando il re delle granite qui sotto, lavorare 13 ore al giorno per 800€ al mese sia giusto. Che anzi dovremmo ringraziarli per l'opportunità che ci danno. 

E' chiaro che sia in corso un attacco frontale ai lavoratori da parte della classe imprenditoriale più scarsa, meno innovativa e più ignorante del mondo. Una classe imprenditoriale che viene costantemente difesa e rilanciata dai giornali, grandi e piccoli, e da politici che pontificano all'unisono contro la lotta alla povertà dal palco di manifestazioni di cattolici col portafoglio pieno. 

Le occasioni di arricchimento perse durante i vari lockdown li hanno fatti sentire legittimati a fregarsene della dignità dei lavoratori, della loro sicurezza, delle garanzie. E siccome sono potenti e hanno amici nei posti giusti, possono permettersi di frantumarci quotidianamente i cabassisi con verità di comodo, smentite, tra l'altro, da 35 anni di letteratura scientifica. Menomale che dovevamo uscirne migliori...

01/07/21

Trenta

Trenta esce oggi (ed. Nulla Die) dopo una gestazione durata sei anni e proprio per questo ci sono dentro molte cose. Ci sono dentro storie di introspezioni taglienti, luoghi, odori, corpi, contraddizioni. Estratti di vita di un giovane di provincia come tanti. 
Da oggi, queste storie appartengono a chi vorrà leggerle. 

Il libro lo trovate in tutte le principali librerie, sul sito internet di Nulla die e negli store online (ibs, mondadori, amazon ecc.) al prezzo di 11€. Per chi vorrà.



02/05/21

«Se Fedez userà a fini personali il concerto del 1° maggio per fare politica, calpestando il senso della festa dei lavoratori, la Rai dovrà impugnare il contratto e lasciare che i sindacati si sobbarchino l’intero costo dell’evento.» 

Chi pensa che quello di Lega e Fratelli d'Italia non sia fascismo, solo perché del fascismo storico non ne hanno adottato i simboli, rilegga questo comunicato del Carroccio. 
Il fascismo è tutto qui: sfruttare la propria posizione di forza per mettere a tacere - o gettare discredito su - le voci in dissenso. Usare minaccia e ricatto quando i fatti ti schiacciano le spalle al muro. 
E' da 100 anni che è così e non c'è da meravigliarsi. Cambiano gli interpreti, cambiano i simboli e un po' la retorica, ma la solfa è sempre quella. Da sempre cani da guardia del potere costituito, rivoluzionari della conservazione. Finché la misura è colma.

15/03/21

Dalla parte delle persone


Ho ascoltato per intero il discorso che Enrico Letta ha fatto ieri all'assemblea nazionale del PD, condividendo alcuni dei punti da lui sollevati. La necessità di un sistema fiscale più progressivo, l'estensione del diritto di voto ai sedicenni e dei diritti di cittadinanza ai nati sul suolo italiano. E ancora, il dialogo con Conte e i 5 Stelle per il 2023, il bisogno di ridare credibilità ai corpi intermedi. Non ne ho condiviso altri, come l'enfasi su crescita e competitività. Concetti antichi secondo me, eredità di una fase storica ormai chiusa almeno nel comune sentire, nonostante i rigurgiti reazionari degli ultimi mesi ce li stiano riproponendo ancora, sotto le spoglie dei tecnici. 

Ma - al di là di ciò che si possa o no condividere delle parole di un professore mosso dalle migliori intenzioni ma con una storia non certo di sinistra - la mia attenzione è stata catturata dal pulpito che ha ospitato per più di un'ora il suo discorso. Ed in particolare il motto raffigurato accanto al logo del partito del quale è stato appena eletto segretario. "Dalla parte delle persone". Non credo esista frase migliore per rendere manifesta la crisi d'identità in cui versa il PD. Una frase vaga, volutamente, e per quanto mi riguarda priva di significato: non significa dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori (come dovrebbe teoricamente essere il partito erede del fu PCI), non significa dalla parte delle donne, delle minoranze, dei pensionati, dei ricercatori, degli sfruttati. Ma non significa neanche dalla parte degli imprenditori, né del grande capitale, né dei cattolici, né dei borghesi dei Parioli. Non significa niente. 

"Dalla parte delle persone" è un contenitore vuoto che si riempie e si riempirà secondo le necessità contingenti di questa o quella fazione, di questo o quel segretario. Il PD "dalla parte delle persone" non significherà mai niente fin quando non deciderà dalla parte di QUALI persone stare. Quali interessi, generali o particolari che siano, difendere. 

E infatti l'augurio più grande che si possa fare al professor Letta adesso è quello di spiegare e spiegarci una volta per tutte dalla parte di quali persone il PD deciderà di stare. Ne ha bisogno il partito, senza una linea da ormai troppo tempo, ma ne hanno bisogno soprattutto gli elettori. In modo da fugare qualsiasi dubbio da subito e in prospettiva.

26/10/20

Un reddito per tutti fino alla fine della crisi sanitaria. Universalmente garantito e finanziato dalla tassazione generale attraverso imposte altamente progressive su ricchezza e rendite - ed eventualmente anche a debito. Estensione del blocco ai licenziamenti, aiuti per pagare gli affitti e per coprire le spese di prima necessità (gas, luce, ecc.), maggiori controlli per la sicurezza sul posto di lavoro per chi non può lavorare da casa e multe salate per i datori di lavoro che non rispettano gli standard. La pace sociale, che oggi vacilla un DPCM dopo l'altro, si costruisce con la solidarietà, l'universalismo e il controllo sulla discrezionalità dei padroni. Non capire questo significa fare politica "for the few, not for the many". Ancora, ancora e ancora.

31/05/20

Per George Floyd e per tutti gli ultimi del mondo

Vi prego di aprire questa pagina e guardare tutti i video. Rendetevi conto della violenza, dell’abuso di potere, dello squadrismo. Guardate una giovane coppia di afroamericani nella loro auto essere scaraventata a terra e colpita col taser. Guardate un altro giovane afroamericano disarmato essere picchiato selvaggiamente da un poliziotto mentre gli altri lo coprono con le loro armi e i loro scudi. Guardate un anziano indifeso e col bastone essere spinto a terra da un poliziotto in assetto antisommossa. Guardate l’espressione di quell’anziano signore mentre, ancora a terra, viene circondato dai poliziotti.

In questi giorni siamo spettatori di uno spettacolo indecente. Un sistema sull’orlo del collasso che cerca di proteggere se stesso. Che cerca di legittimarsi usando la forza. Un sistema che funziona solo grazie allo sfruttamento e l’abuso sui più deboli. Che annulla i loro diritti, che reprime il dissenso, che mette a tacere le opinioni critiche. Questa è l’America. Questo è il sogno americano con cui ci siamo riempiti la bocca per un secolo. Non le start-up o la Silicon Valley. Non la terra delle opportunità. Questo. La più grande e florida democrazia del mondo accetta, legittima e anzi promuove la violenza delle classi dominanti su quelle subalterne. E’ un fatto incontrovertibile, invisibile solo a chi non ha la voglia di vedere.

Quanto sta accadendo in America dal giorno successivo all’assassinio di George Floyd è la prova definitiva che il capitalismo e le classi dominanti hanno bisogno di questa violenza quotidiana per esistere. Che i feticci della libertà, del mercato, della società globale sono solo narrazioni create per giustificare l’unica vera legge universale: vince il più forte.

Negli ultimi cinquant’anni il nostro sistema economico è entrato in crisi al ritmo di una volta ogni dieci anni. Mietendo ogni volta un numero maggiore di vittime, sacrificate sull’altare della competizione. Il Covid, la bomba sociale che si è abbattuta su questo sistema già in cancrena, renderà evidenti tutte queste contraddizioni. E, forse, discorsi nuovi, più inclusivi e solidali inizieranno ad entrare nel dibattito. Il capitalismo prima o poi morirà, e con lui la sua scia di torti ed abusi, questo è certo. Sta a noi trovare la forza e la fantasia per immaginare un sistema migliore prima che sia troppo tardi.

17/04/20

Filiberto Filetti: Cos'è l'indice R0 e perché è così importante per capire quando potremo sbloccare l'Italia?

L'indice R0 rappresenta il numero medio di infezioni prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva. R0 è influenzato da tre caratteristiche:
  • - La prima è una caratteristica intrinseca di ogni nuovo patogeno cioè la sua virulenza, ovvero quanto è in grado di “attaccarsi” ad un nuovo ospite ad esempio se riesce a diffondersi per via sessuale, o tramite sangue e quanto è efficiente in questa diffusione. Per SARS-COV2 sono sufficienti le goccioline si saliva per diffondersi e dare malattia dunque un solo colpo di tosse è potenzialmente in grado di contagiare decine di persone.
  • - La seconda è relativa alla permanenza del virus nel corpo di un infetto. Se il paziente è contagioso per molti giorni è maggiore la probabilità che infetti più persone. Per SARS-COV2 si resta “infettanti” (passatemi il termine) mediamente per 33 giorni.
  • - La terza caratteristica che influenza R0 è il numero di contatti che ha un infetto. Se un positivo SARS-COV2 lavora come infermiere o lavora in discoteca ha più probabilità di infettare qualcuno rispetto ad un guardiano del faro.
Se R0=1 significa che un contagiato ne contagia soltanto un altro (1X1). L' R0 di SARS-COV2 è stimato tra 1,4 e 3,8 nelle aree più colpite in questa prima fase di diffusione.

La cancelliera tedesca Merkel (con tutti i suoi difetti e la sua poca simpatia), in una conferenza stampa ha ammesso che: “Se in Germania ci fosse un R0=1 i posti di terapia intensiva sarebbero prevedibilmente pieni entro il prossimo ottobre. Se il rapporto aumentasse del venti per cento (R=1,2) quei letti sarebbero tutti occupati entro il prossimo luglio. Se il rapporto dovesse aumentare ancora di più (R=1,3), la disponibilità si esaurirebbe invece già a giugno”.
Vi ricordo che la Germania ha 4 volte i nostri posti letto in terapia intensiva. 

Cosa succederebbe dunque se si riaprisse tutto subito, come vorrebbero alcuni governatori o alcuni cittadini? Succederebbe che l'indice R0 schizzerebbe alle stelle e tutto ricomincerebbe come prima e peggio di prima con la gente che muore in corsia per mancanza di respiratori. Se invece il valore di R0 fosse inferiore ad 1 significherebbe che l’epidemia potrebbe essere contenuta.

Quando vi farete i calcoli ricordatevi che la matematica si beffa sempre dei presuntuosi.

Filiberto Filetti

12/04/20

12 aprile: due storie di primavera, buio e rinascita



12 aprile 2008 - 12 aprile 2020. 12 anni esatti. Anni bisestili entrambi e quindi funesti, come credenza vuole. Anni che possono lasciare cicatrici indelebili, e che spesso, per non rischiare di smentire la loro nefasta fama, lo fanno. Guardo il mio viso allo specchio e le vedo. Cicatrici ormai sbiadite dal tempo mi ricordano dolori assopiti. Sono lì per ricordarmi l’aleatorietà, la contingenza, la fortuna. Come la palla da tennis in quel film, “che colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro”. Guardo ancora quelle cicatrici e le paragono alle ferite che vedo oggi sulla pelle di tutti, piaghe ancora aperte per colpa di un virus che ci tiene, da lunghissime settimane, in uno stato d’ibernazione forzata tra quattro mura.

Avevo poco meno di diciassette anni, il 12 aprile di 12 anni fa. Per quanto perennemente inquieto ed allergico alle regole, riguardandomi con gli occhi del me stesso di oggi mi rendo conto di non essere mai stato un adolescente tormentato. Vivevo la mia vita di quel poco che una piccola cittadina dell’entroterra riusciva ad offrire e ne ero tutto sommato felice. Mi bastava. Gli amici, la pallavolo, il calcio, il motorino, gli amori tanto dolorosi quanto brevi, le canzoni, le prime sigarette fumate di nascosto dai miei. Tutto procedeva in un flusso di esperienze del quale non ero assolutamente padrone. Ma non ne ero infastidito, da quella totale assenza di controllo. Un po’ perché la presunzione di un adolescente con un ego ipertrofico mi faceva credere che il controllo delle cose lo avessi io, un po’ perché, alla fine, pur con qualche graffio, dagli inciampi dell’adolescenza ne ero sempre uscito vincitore.
Il 12 aprile sono nati un sacco di miei amici e di mie amiche*. E’ come se i loro genitori avessero deciso di concerto di forzare il ricambio generazionale a Piazza Armerina. Ricordo che il 12 aprile del 2008 ero invitato ad almeno tre feste di compleanno diverse. A quelle feste di compleanno non sono mai potuto andare.

12 aprile 2020. Siamo nel bel mezzo della più grande crisi sanitaria dell’ultimo secolo. Secondo le stime, più di metà della popolazione mondiale – circa 4 miliardi di persone – è confinata tra le proprie mura domestiche. Da più di un mese ci viene ripetuto di restare a casa per limitare il diffondersi di un virus che può causare complicazioni polmonari. Dopo decenni di tagli, i nostri sistemi sanitari non sono attrezzati per far fronte ad una epidemia di massa e se non stessimo a casa rischieremmo di far collassare i nostri ospedali sotto la quantità di persone da curare.
Mentre scrivo sono nella stanza di un appartamento della periferia di Parigi e un sole primaverile rimbalza sulle lenzuola colorate del mio letto, illuminando le mura bianche di rosso e arancio. A Parigi il sole splende quasi ininterrottamente da quando è iniziata questa reclusione forzata. Abituato al grigio plumbeo che caratterizza il cielo di questa città per gran parte dell’anno, mi sorprendo e mi beo dell’eccezionalità della cosa. Tepore, luce e colori riscaldano le mura fredde di un appartamento di tre jeunes adultes che il caso ha voluto trovarsi nello stesso posto allo stesso momento per condividere questa esperienza. I raggi del sole placano almeno in parte la frustrazione del far finta che tutto vada bene, mentre fuori il mondo crolla sotto il peso delle proprie contraddizioni. Per ammazzare il tempo, e per sana solidarietà, ci siamo riscoperti psicologi, ci siamo riscoperti motivatori, esperti di yoga, cuochi. Abbiamo passato ore in videochiamata con gli amici di una vita, tutti sparsi come siamo ai quattro capi d’Europa, per mutualizzare il confino, per farci compagnia. Abbiamo riscoperto il piacere dei dieci minuti di cammino che separano casa nostra dal supermercato più vicino. Scendere in cortile per buttare l’immondizia o andare al tabacchi per comprare le sigarette ci sembrano ormai gesti eccitanti perché proibiti. In mezzo, persone distanti almeno un metro, mascherine chirurgiche, guanti monouso. Le strade vuote e profondo silenzio. Questa visione mi ricorda tanto le domeniche mattina di agosto nelle grandi città. Giorni tranquilli ed assopiti, in attesa del ritorno del caos e della frenesia.

12 aprile del 2008. Per me, una data che traccia una linea profonda sul terreno tra il “prima” e il “dopo” quel giorno. Una sorta di bivio. Sono passati 12 anni. E oggi come allora febbraio aveva un giorno in più. Cado (probabilmente) da un primo piano di un palazzo abbandonato in uno dei boschi che circondano la città in cui sono nato e cresciuto. I miei amici mi ritrovano a terra, stordito, pieno di sangue. Cosa sia successo non lo so, un trauma cranico mi ha asportato – selettivamente e d’imperio – la memoria. Il primo ricordo che ho risale a 24 ore dopo il fatto, ero in una camera d’ospedale. C’erano i miei, mio fratello, la sua compagna. Me li sono ritrovati tutti attorno al mio capezzale. Le loro espressioni appena dopo essermi svegliato resteranno per sempre scolpite nella mia memoria. Ricordo anche la prima frase che pronunciai: “non tutti i mali vengono per nuocere”. Lo dissi a mia madre. Il motivo per cui pronunciai quella frase lo custodisco gelosamente, e, come me, spero anche le persone presenti in quel momento. A causa dell’incoscienza del me stesso adolescente fui costretto a passare tre settimane in ospedale ed altre due a casa, dopo essere stato dimesso.

Mi sono trovato, come ogni anno nei giorni precedenti al 12 aprile, a ricordare quelle settimane di stasi passate tra le mura dell’ospedale e di casa. Penso agli alberi che guardavo fuori dalla finestra e ricordo di come fossero spogli al mio arrivo in ospedale, e di come invece il verde delle loro foglie splendesse rigoglioso quando sono stato dimesso. Ricordo l’odore di fiori e pollini che mi investiva quando aprivo la finestra per far cambiare l’aria.
Sono sempre strani, per me, i giorni che precedono il 12 aprile. Divento più taciturno, più cupo, pensieroso. Ripercorro nella mia testa i passi che mi hanno portato a quel bivio, la strada dissestata che separa la statale e l’edificio in quel bosco di pini ed eucalipti. Ci sono tornato solo una volta dopo quel giorno, ma la strada la ricordo così bene che è come se fosse la strada di casa mia.

Pensare a quel periodo alla luce del confinamento che stiamo vivendo oggi è il motivo per cui ho iniziato a scrivere questa ‘cosa’. In queste settimane mi sono ritrovato spesso affacciato alla finestra di casa mia, e come allora ho assistito all’arrivo della primavera da dietro un vetro. Ho visto le giornate allungarsi, gli alberi riempirsi di foglie, ho sentito l’odore dei fiori inondare le stanze dell’appartamento. Sono stato spettatore dell’alternarsi delle stagioni. E mentre il mio cervello veniva bombardato dalle notizie sulla tragedia sanitaria che stiamo vivendo, mentre il mio cellulare esplodeva di notifiche e chiamate di familiari e amici, pensavo a quanto simili siano questo periodo e quello di 12 anni fa. Anni bisesti entrambi, in cui sono ritrovato imprigionato tra quattro mura. Pensavo a quanto curiosa sia questa coincidenza. 12 anni, 12 aprile. Un evento drammatico che prima riguardava solo me e la mia intimità, adesso riguarda tutti. Uscire, sorridere, abbracciarsi. Ricercare atavicamente il contatto fisico delle persone a noi vicine. Bisogni essenziali, che in tempi normali ci appaiono così naturali da farli essere quasi scontati. Quella prigionia, così come questa, mi ricorda (e ci ricorda) quanto niente di questo bisogno ancestrale sia meritorio di relativizzazione. Mi ricorda, e ci ricorda, l’essenza dell’essere umano in quanto animale sociale, che forma la propria individualità e coscienza grazie al continuo rapporto con l’altro.

Il 12 aprile è per me una di quelle date che hanno scavato una linea profonda sul terreno. Il 12 aprile di 12 anni fa per me ha significato caduta, sofferenza, disagio. Ma anche, e soprattutto, rinascita. Alla fine di quel periodo, quell’adolescente inquieto ed allergico alle regole era diventato un po’ più cosciente di sé. Cosciente dell’aleatorietà, della contingenza, della fortuna. La palla da tennis aveva toccato il nastro ed era andata oltre. E io sapevo che sarebbe potuta restare nel mio, di campo. Lo sapevo e ne ero grato. Guardo di nuovo a quel 12 aprile di 12 anni fa, e lo paragono a questo 12 aprile. E’ Pasqua e siamo tutti forzati a stare a casa, lontani dai nostri amici più cari, lontani dalle nostre famiglie. Siamo isole che aspettano di ricongiungersi alla terraferma senza sapere quando questo avverrà. Esattamente come lo ero io 12 anni fa. E finendo di scrivere queste righe mi sono reso conto di quanto sia la primavera che la Pasqua siano entrambe metafore di rinascita. Laico e confessionale che si fondono in questo 12 aprile di sofferenza e disagio. Che anticipano ineluttabilmente il ritorno alla vita sia del mondo vegetale, con le foglie verdi e l’odore dei fiori, che di quella umana, con la presa di coscienza di ciò che sarà stato questo periodo quando passerà e la volontà di ricostruire i legami, l’empatia e la fiducia nel prossimo che un virus ha rischiato di recidere definitivamente. Laico e confessionale che si fondono per manifestare, tanto ad un adolescente nella sua irrilevante esistenza, quanto ad una parte consistente della popolazione mondiale forzata a casa 12 anni dopo, che al buio segue sempre un risveglio.
Che questa banale consapevolezza possa essere utile ad esorcizzare il prosieguo di una quarantena vissuta da isole, nell’attesa che lo stesso tepore che ha cullato alberi e fiori ci riscaldi quando anche noi potremo di nuovo stringerci senza paura.

Federico Filetti


*Colgo l'occasione per fare a tutti e a tutte i miei più sinceri auguri di buon compleanno.

31/01/20

Il problema non è il coronavirus che ci contagiano i turisti cinesi o la scabbia che rischiamo di prendere grazie a quei morti di fame che vengono dall'Africa. La verità è tutto ciò che è diverso da noi stessi ci sta immensamente sul cazzo. La verità è che, dell'altro, abbiamo essenzialmente paura. Ci infastidisce, ci irrita. L'io e l'altro sono due unità non solo inconciliabili ma anche respingenti. Io non sono il cinese malato. Io non sono il nero morto di fame. Io non sono il posto in cui abito, le persone che mi circondano, il vicino di casa che sento scopare alle due di notte, il collega invidioso, il clochard che mi chiede l'elemosina fuori dalla chiesa. Io sono io. Disgiunto e slegato da tutto il resto.

E grazie al coronavirus adesso abbiamo una scusa in più per mentire a noi stessi e continuare a raccontarci la favola del lupo cattivo che viene da fuori privandoci della nostra pace esistenziale. Abbiamo un'occasione ghiotta per rinforzare in noi stessi l'idea che "vedi? te l'avevo detto che sti stranieri portano solo guai!". Perché poi alla fine è solo una questione di quanto riesci ad essere onesto con te stesso guardandoti allo specchio. E ci vuole grande onestà intellettuale ad ammettere a se stessi, la mattina lavandosi i denti, che forse ci siamo tutti incattiviti. Che siamo arrabbiati, insofferenti, frustrati. Che siamo soli. Atomizzati, e in quanto atomi siamo instabili, pronti ad esplodere liberando istantaneamente megatoni di energia negativa in un fungo di incandescente disumanità.

Io non lo vedo bene sto futuro. Sta narrazione positivista, sto feticcio del progresso sociale ed umano mi sembrano tutte delle gran cazzate. Mi sembra che la cattiveria che vedo attorno a me ogni giorno, dalla quale cerco con tutte le mie forze di immunizzarmi e che colpisce indistintamente tutti gli strati della popolazione, sia qualcosa di antico. Una condizione che contraddistingue l'essere umano sin dall'alba della Storia. Innata, genetica. Che quindi la strada è già tracciata, che siamo diretti verso un muro come lo siamo stati un'infinità di volte sin da quando abbiamo messo piede su questo pianeta.

Rileggo le parole che ho scritto e mi rendo conto di quanto determinismo trasudino. Insopportabili. E allora penso che forse cambiare binari alla Storia è possibile. Che bisogna solo rimboccarsi le maniche, iniziare a muoversi, che non è tutto perduto, che alla fine anche esseri imperfetti come noi possono imparare dagli errori propri e degli altri. Non lo so. Vorrei che fosse possibile, vorrei credere nelle potenzialità salvifiche dello stare tutti assieme in pace. E, soprattutto, vorrei non farla essere una verità di comodo che mi costruisco la mattina lavandomi i denti, solo per salvarmi dal pessimismo cosmico che sento soffiarmi dietro l'orecchio.
Vorrei degli esempi positivi, persone alle quali ispirarmi. Ma quelli ci sono, e c'è solo da rimboccarsi le maniche.
"Il pessimismo dell'intelligenza, l'ottimismo della volontà".

09/07/19

Il capitalismo non è (più) sostenibile



Questione ambientale, migrazioni, disuguaglianze, intolleranza: il sistema economico e produttivo che abbiamo costruito è denominatore comune a tutti i più grandi problemi del nostro tempo. E noi, come i pesci del famoso racconto di David Foster Wallace, ne siamo così assuefatti da non riuscire a rendercene conto.

La cronaca politica degli ultimi mesi ha visto la giovane Greta Thunberg ergersi a leader mondiale nel dibattito sulla tutela dell’ambiente. Dibattito che grazie al carisma della ragazza, ai continui allarmi delle organizzazioni internazionali sui rischi dell’inquinamento e agli studi che provano la responsabilità dell’uomo nel processo di surriscaldamento globale è tornato in auge riuscendo a far guadagnare molti voti alle forze politiche ambientaliste nelle elezioni Europee dello scorso maggio. Anche le forze tradizionali hanno iniziato ad adattarsi a questa nuova tendenza, senza tuttavia fornire soluzioni radicali. Infatti, uno dei grandi limiti dell’azione politica in tema di tutela ambientale fino ad adesso è stato quello di pensare che attraverso gli incentivi pubblici le aziende si convincano ad investire con più decisione nell’innovazione “green”. Ciò che non si considera è che questo particolare processo innovativo debba essere gestito dal pubblico sia per ragioni etiche (l’ambiente è un bene pubblico, e pubblica deve essere la sua tutela) che per ragioni economiche: gli investimenti in ricerca e sviluppo in tema ambientale hanno costi altissimi e ritorni bassi e poco certi, mentre le aziende puntano massimizzare il profitto nel breve termine rendendo il processo di innovazione lento ed inefficace.

In un grande intreccio di ragioni politiche, economiche ed ambientali, centinaia di milioni di persone sono in movimento dal sud verso il nord del mondo. Lo sfruttamento dei loro territori ad opera delle grandi multinazionali d’occidente in accordo con i vari gruppi militari e politici locali sono causa, quando non di conflitti armati perenni, di povertà, schiavitù e malattie. Le siccità e le piogge anomale che stanno colpendo quelle parti del pianeta a causa del cambiamento climatico peggiorano un quadro già di per sé devastante. In questo contesto, parlare, come fanno molti politici, di “aiutarli a casa loro” implicherebbe vietare alle nostre aziende tecnologiche di rifornirsi a prezzi da discount delle materie prime con le quali costruiscono il loro vantaggio competitivo, o impedire all’industria bellica di commerciare sotto l’egida delle istituzioni nazionali con i paesi “a rischio”. Contemporaneamente, sarebbe necessario incrementare la spesa pubblica in cooperazione internazionale, che invece risulta essere in caduta libera. Siamo disposti a invertire la rotta in maniera così radicale? La risposta è chiaramente no.

Nella parte più fortunata del mondo, dieci anni di crisi economica e trent’anni di tagli bipartisan alle politiche di welfare stanno mettendo a dura prova la coesione sociale in tutto il Vecchio Continente. Un quarantennio di bombardamento retorico liberale ci ha convinti che la priorità della politica debba essere quella di abbassare le tasse, perché pagare meno tasse vuol dire avere più soldi in tasca. Ciò che non ci è stato spiegato (e che, nonostante l’evidente paradosso, continua a non essere spiegato a sufficienza) è che abbassare le tasse vuol dire avere meno denari per finanziare i servizi, che quindi dovranno essere erogati dai privati con tariffe insostenibili per la maggior parte della popolazione. Inoltre, in un mondo in cui viene garantita la libera circolazione dei capitali, la competizione tra le aziende si gioca, oltre che sul livello di tassazione, sul costo del lavoro. E’ così che è stato giustificato l’attacco scientifico ai diritti dei lavoratori negli ultimi quarant’anni. La precarizzazione del lavoro, soprattutto per giovani e donne, riduce i costi delle aziende ma aumenta l’instabilità di chi pur lavorando non ha i soldi per poter vivere decentemente. Il calo delle nascite, l’aumento delle psicopatologie legate all'insicurezza lavorativa e l’etnicizzazione delle rivendicazioni sociali sono solo alcuni dei molti effetti perversi di questo sistema.

Settant’anni fa, Karl Polanyi, economista e sociologo ungherese, nel suo libro “La Grande Trasformazione – Le origini economiche e politiche della nostra epoca” ha magistralmente spiegato che le tensioni create dal sistema economico liberale possono avere effetti politici devastanti. Secondo lui, al movimento di liberalizzazione e “laissez-faire” occorso dopo la seconda rivoluzione industriale corrispondeva un contro-movimento, una richiesta di protezione dalle distorsioni create dal primo. Era così che lui spiegava la nascita dei fascismi in Europa. Guardare al presente attraverso la lente di Polanyi è un esercizio utile ad interpretare molti dei fenomeni ai quali stiamo assistendo, a tracciarne analogie e differenze rispetto al passato e, in definitiva, ad evitare di commettere ciclicamente gli stessi errori.

Alla luce della teoria polanyiana, dei problemi ambientali e dei flussi migratori, della precarizzazione della vita privata e della distruzione della sfera pubblica, ciò che appare chiaro è che il capitalismo non sia più un sistema sostenibile. O meglio: è chiaro che il capitalismo non sia mai stato un sistema sostenibile. E’ stato un sistema tollerato e tollerabile, certo, che ha creato tantissima ricchezza, ma che l’ha tuttavia polarizzata nelle mani di pochi e a costi collettivi altissimi. Per questi motivi sta progressivamente perdendo la propria funzione storica, anche se per adesso è difficile scorgere un’alternativa sistemica migliore.
La reazione a questo stato delle cose non può e non deve avere, di nuovo, nel fascismo il più naturale degli sbocchi politici. E’ bene ricordare che peculiarità del fascismo, sia storico che odierno, è la retorica con il popolo e per il popolo contro il nemico più facile da abbattere (i migranti, le ONG, gli avversari politici, le donne), mentre l’azione politica è a vantaggio unico del grande capitale e a scapito dei lavoratori (in cui la repressione sindacale e moderazione salariale del fascismo storico e la proposta di flat-tax di quello moderno sono i casi più esplicativi). Dunque, per quanto forze dichiaratamente anti-sistema, nei fatti né il fascismo storico né quello moderno si sono mai posti in antitesi rispetto al sistema economico egemone.

Evitare che il capitalismo e l’architettura politica che lo sostiene e lo legittima vengano superati dialetticamente attraverso un conflitto sanguinoso e devastante è oggi il nostro più grande imperativo morale. Per farlo è necessario ripartire dalla riapproprazione degli spazi collettivi, dal mutualismo, dal localismo e dalle buone prassi. E’ necessario creare una narrazione condivisa dei benefici dello stare tutti assieme pacificamente, ed è necessario che questa narrazione, penetrando in tutti gli strati della società attraverso esempi pratici e messaggi semplici da recepire, diventi senso comune.
Ci vorrà tempo prima che questa notte della ragione passi. E ci vorrà uno sforzo collettivo sovrumano per resistere a questo rigurgito reazionario che ha ormai sedotto molti di noi. Ma rendersi conto, come i pesci del racconto di Foster Wallace, che "questa è l'acqua", è già un buon punto dal quale partire.

Federico Filetti


23/06/19

Baudelaire - Spleen

LXXVI
Ho più ricordi che se avessi mille anni.
Un grosso mobile a cassetti ingombro di bilanci, di versi, di biglietti amorosi, di processi, di romanze, con pesanti ciocche di capelli involte nelle quitanze, nasconde meno segreti del mio triste cervello. E' una piramide, un immenso sepolcro che contiene più morti che la fossa comune.
- Io sono un cimitero aborrito da la luna, dove come rimorsi si trascinano lunghi vermi che s'avventano sempre su' miei morti più cari.
Io sono un vecchio gabinetto pieno di rose appassite, dove giace tutto un guazzabuglio di mode disusate, dove i pastelli malinconici e le pallide figure di Boucher, soli respirano l'odore d'una fiala sturata.
Nulla uguaglia in lunghezzza le tarde giornate, quando sotto le pesanti falde de le nevose annate la Noia, frutto de la triste incuriosità, assume le proporzioni de l'immortalità.
- Ormai tu non sei più o materia vivente! che un granito circondato da un vago terrore, assopito nel fondo d'un Sahara nebbioso! una vecchia sfinge ignorata dal mondo spensierato, dimenticata su le carte il cui umore selvaggio non canta che ai raggi del sole che tramonta.

LLXXVII
Io sono come il re d'un paese piovoso, ricco ma impotente, giovane e pur molto vecchio, che, disprezzando li inchini ossequiosi de' precettori si annoia co' suoi cani come un qualunque altro animale.
Nulla lo può rallegrare, nè falcone nè selvaggina, e nemmeno il suo popolo morente davanti al balcone.
La grottesca ballata del buffone favorito non distrare più la fronte di qul crudele malato; il suo letto di fiordalisi si trasforma in una tomba, e le dame del seguito, per le quali ogni principe è bello, non sanno più trovare impudiche acconciature per strappare un sorriso a quel giovane scheletro.
Lo scienziato che gli produce l'oro non ha mai potuto sdradicare dal suo essere l'elemento corrotto, ed in quei bagni di sangue che ci vengono dai Romani e di cui i potenti si ricordano nei loro più tardi giorni, non ha saputo riscaldare quel cadavere idebetito nel quale invece di sangue scorre l'acqua verde del Lete.

28/02/19

Perché Volt non riesce a convincermi



Le elezioni europee del maggio 2019 sono alle porte e con ogni probabilità segneranno uno sconvolgimento dell’assetto politico del Vecchio Continente. I due partiti tradizionali, il PPE e il PSE, sono in calo di consensi ormai da anni in tutta Europa, così come le formazioni nazionali che li compongono. Le politiche liberali di cui entrambi si sono fatti portatori si sono scontrate con gli effetti di lungo periodo della crisi, gonfiando le vele ai populismi. E’ proprio sui risultati dei partiti populisti che si giocherà la sfida fondamentale per il futuro dell’Unione. Se la destra populista riuscirà a raggiungere percentuali paragonabili a quelle nazionali, sposteranno verso destra l’asse del PPE, rischiando di far implodere il progetto di unità europea in virtù della loro spinta disgregante. Allo stesso tempo, il PSE sembra voler proseguire nella sua strategia centrista, cancellando a monte qualsiasi tentativo di dialogo con le formazioni della sinistra radicale (come succede già adesso in Italia), e continuando a perdere il consenso delle classi popolari.
In questo scenario, alcune nuove formazioni politiche sostenute da larga parte dell’opinione pubblica di area progressista spingono affinché l’azione politica europea possa diventare più uniforme e centralizzata rispetto a quanto non lo sia adesso.
Incuriosito dall’attenzione che i media hanno rivolto a questo neonato movimento, colpito dalla sua sorprendente capacità organizzativa, dalla efficace ars oratoria dei propri leader e dall’affinità generazionale che mi lega ai suoi creatori ho iniziato a documentarmi. Ho letto la carta programmatica (che si chiama Dichiarazione di Amsterdam), ho ascoltato le interviste, ho letto articoli e ad ogni tassello che aggiungevo, venivo investito da una serie di dubbi che mi sembrava minassero la credibilità del progetto politico. Dubbi che riguardano innanzi tutto la piattaforma programmatica, ovvero gli obiettivi politici che si pone il movimento e di come questi obiettivi debbano essere tradotti in azioni, e poi la retorica attraverso cui questo insieme di intenti e di proposte viene comunicato al potenziale elettore.

E’ un movimento che si pone in antitesi rispetto ai populismi ma si dichiara né di destra né di sinistra, esattamente come molti dei partiti populisti in giro per l’Europa. Come i partiti populisti, rivendicano, a testimonianza della loro purezza, l’inesperienza politica e non si identificano nella dicotomia storica tra destra e sinistra. Una retorica, questa, che è nata in Italia con il Movimento 5 Stelle e che è stata mutuata da En Marche! nella campagna elettorale che ha portato Emmanuel Marcon all’Eliseo. Una contraddizione che, come abbiamo visto, non può risolversi in campagna elettorale e che si risolverà nel momento in cui gli eletti dovranno prendere delle decisioni politiche. La storia recente ci insegna molto a riguardo. In Italia, il Movimento 5 Stelle dall’alto della sua purezza e della sua retorica post-ideologica è finita ad attuare politiche di destra sociale (ossia quelle volte a proteggere i lavoratori, possibilmente italiani, bianchi e uomini, a scapito delle minoranze), mentre, in Francia, Macron implementa politiche liberiste e taglia indiscriminatamente lo stato sociale, costringendo i Gilet Gialli ad occupare le strade di Parigi e della Francia per più di tre mesi. A vantaggio unico di Lega e Front National: la destra vera, quella nostalgica e reazionaria.
Alla retorica populista, Volt affianca una visione contraddittoria del futuro dell’Europa. Insieme ad una (giusta, a mio avviso) attenzione ai diritti civili, alla sostenibilità ambientale, all’attenzione verso le minoranze ci sono forti ambiguità legate ai modi in cui questi obiettivi debbano essere perseguiti: in altre parole, il ruolo che lo Stato deve avere nel gestire il ciclo economico. Se da un lato leggiamo che “lo Stato deve farsi portatore di un sistema di solidarietà per i soggetti più vulnerabili”, dall’altro leggiamo che “il suo intervento deve essere il più piccolo e più veloce possibile” e che “lo Stato non può e non deve pianificare o prevedere l’innovazione”. Compito che è delegato al mercato, che, in quanto “libero e aperto, crea le più grandi possibilità di arricchimento per tutti”.
L’assenza pressoché totale di critica al paradigma liberale diventa lampante quando al congresso nazionale di Volt Italia viene invitato Carlo Calenda, un politico che non ha vergogna nel dichiarare che il liberismo è di sinistra, o quando uno dei leader del movimento dichiara che “il liberalismo forse si è un po’ incagliato su una visione economicistica e deterministica degli individui”. Forse. Un po’.
La stessa visione economicistica e deterministica che lo ha portato a dichiarare, due righe più giù, che la soluzione è “il taglio immediato e significativo del cuneo fiscale per dare ossigeno a tutti quei milioni di giovani che ad oggi arrivano a fine mese solo grazie agli aiuti di nonni e genitori”. Fare un’esegesi dell’ideologia dominante per criticare l’ideologia dominante. Un capolavoro retorico.

E’ comunque doveroso sottolineare che molti dei punti programmatici di Volt non sono solo condivisibili, ma anzi di necessaria attuazione. Ho trovato molto interessante, ad esempio, la proposta di espandere il mandato della Banca Centrale Europea non solo al controllo dell’inflazione ma anche a quello del livello di occupazione, come succede anche con la FED negli Stati Uniti.  Così come sono condivisibili le proposte di centralizzazione a livello europeo di parte della spesa pubblica, dell’unione bancaria, dell’istituzione di una tassa europea sulle imprese e del ministero delle finanze che rappresenti tutta l’Unione. In generale, mi sembra che molti dei punti programmatici volti a federare gli Stati guardino nella giusta direzione.
Tuttavia, il programma presenta molte profonde mancanze e altrettante ambiguità di difficile risoluzione.
Ritengo scandaloso che nella piattaforma programmatica e nella sua appendice non vengano neanche citate le parole “debito pubblico” o “debito pubblico europeo”: non si fa riferimento ai vincoli di Maastricht su debito e pil, i cui effetti perversi sono responsabili della macelleria sociale nella quale ci troviamo oggi, e non si accenna neanche a proposte su un “debito pubblico europeo”, uno dei pochi meccanismi che possa realmente aumentare la solidarietà tra gli Stati Membri. Sarebbe grave se si trattasse di una semplice dimenticanza, visto che stiamo parlando di una forza politica che sta comunque chiedendo il voto a centinaia di milioni di persone, ma sarebbe ancor più grave se questa mancanza nascondesse la paura di prendere una posizione chiara a riguardo.
Un’altra grave mancanza programmatica è quella di un salario minimo europeo, che si porrebbe come risposta alle pressioni a ribasso sui salari date dalla presenza di una nutrita manodopera di riserva: l’istituzione di un salario minimo ridurrebbe i fenomeni di dumping nella parte inferiore della piramide sociale, sia per i cittadini europei che per le minoranze etniche disposte ad accettare stipendi da fame pur di lavorare.
Quanto alle ambiguità programmatiche, ciò che per Volt sembra non essere chiaro è che competitività e protezione sociale siano due fattori mutualmente esclusivi.
Non è chiaro come le proposte di aumento della protezione sociale dei lavoratori atipici (tra i quali, ad esempio, i riders) possano essere conciliate con il fatto che il vantaggio competitivo di aziende come Foodora o Deliveroo sia basato sullo sfruttamento della manodopera in cambio di zero garanzie e stipendi da fame. Aumentare la protezione sociale di queste categorie implicherebbe un maggior costo del lavoro per queste aziende, che come conseguenza della libera circolazione dei capitali scapperebbero subito verso altri lidi.
Così come non è chiaro come l’appoggio incondizionato al libero mercato possa conciliarsi con le proposte di aumento delle protezioni per gli agricoltori locali, che dai trattati di libero scambio firmati in Europa sono stati danneggiati.

Volt, così come En Marche! (al quale Volt mi sembra si ispiri), mirano a guadagnare voti smarcandosi dalla dicotomia destra/sinistra e ponendosi in alternativa ai populismi.
Tuttavia, ciò che appare chiaro è che le contraddizioni insite nella retorica e nel programma attraverso cui Volt si sta presentando all’elettorato europeo risentono da un lato dell’ormai quarantennale egemonia culturale del liberismo, dall’altro delle spinte protezionistiche che i populismi sostengono da quando il paradigma liberale ha iniziato a mostrare le sue falle. Così facendo, questo movimento ha assimilato, introiettandoli, i principali difetti delle due visioni.
Inoltre, i presupposti teorici su cui Volt si fonda mi sembrano deboli: essi semplificano la realtà fino ad invertire i rapporti di causa ed effetto. Nella loro analisi, infatti, Brexit e i populismi vengono presi solo come variabile indipendente del sistema, come la causa che rischia di influenzare un processo. Invece, i populismi sono il risultato dell’interazione tra il sistema economico egemone, quello liberista che è intrinsecamente portato a polarizzare la ricchezza, e il sistema politico, quello della democrazia liberale, in cui i meccanismi di rappresentanza si sono rivelati incapaci di gestire le tensioni sociali create dal sistema economico.
Il tentativo che Volt sta compiendo di dare un volto umano al capitalismo e al libero mercato non è innovativo: furono Tony Blair e Bill Clinton i primi a provarci più di vent’anni fa, seguiti a ruota da moltissimi emuli in tutto il mondo Occidentale, e dalle loro politiche ne è emersa la crisi più grande della storia del capitalismo. Ignorare la necessità di uno Stato (o di un insieme di Stati) che non solo regoli ma che intervenga massicciamente per garantire uguaglianza e solidarietà, ignorare che il trade-off che esiste tra welfare universale e libertà di movimento dei capitali debba risolversi necessariamente in favore del primo, ignorare che il conflitto tra capitale e lavoro è oggi forte come e forse più di quanto non lo sia stato durante tutto il ‘900, vuol dire porsi in una posizione antistorica. Vuol dire o non avere idea del qui e dell’ora, oppure vuol dire prendere ufficialmente atto di rappresentare una piccola e privilegiata parte della popolazione europea.
Verrà un momento in cui questi futuri giovani deputati europei verranno chiamati a decidere se stare dalla parte di chi con la globalizzazione ci ha guadagnato, o se stare dalla parte di chi ha perso. A quel punto vedremo di che pasta sono fatti.

Federico Filetti

12/01/19

Slavoj Žižek brilliantly defines ideology

«A friend visited Niels Bohr in his house in the countryside and noticed an horseshoe above the entrance door. Everyone knows that in Europe we believe that it keeps the house safe from evil spirits.
The friend was shocked and told him: “Niels, you’re a scientist! Do you really believe in these kinds of superstitions?”.
Bohr replied: “No, of course not. I’m not crazy”.
“And why is it there, then?”, the friend asked.
“Because I was told that it works even if we don’t believe in it”».

05/12/18

Bertolt Brecht - Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l'imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

29/10/18

L'occidente, la tettonica a placche e u cori di liuni



Ieri più del 55 percento dei brasiliani che si sono recati alle urne hanno votato Jair Bolsonaro, il candidato di estrema destra che, con la sua retorica spudoratamente nazionalista, omofoba, maschilista e razzista, ha sottratto al Partito dei Lavoratori il favore dei giovani facendo en plain tra la medio-alta borghesia danneggiata dalla globalizzazione. Un segnale forte alle cancellerie di tutto il mondo occidentale, che ci avvisa – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che dopo trent’anni di liberismo bipartisan e dieci di crisi la frustrazione sta trovando il suo sbocco politico a destra. La sera stessa, in una tanto famosa quanto vituperata trasmissione televisiva della rete ammiraglia pubblica italiana, un vecchietto di 93 anni con dei buffi occhiali arancioni ed una voce segnata da ottant’anni di tabagismo offre in prime-time una lettura della contemporaneità che resterà impressa nella memoria collettiva di questo Paese.

Jair Bolsonaro, sessantatré anni con un passato da militare, è da ieri il nuovo Presidente della Repubblica Federale Brasiliana. Membro del Partito Social-Liberale, ha guadagnato il 55,2 percento delle preferenze in un ballottaggio che lo ha visto sfidarsi con Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori. Questo ballottaggio è stato visto da molti osservatori come un referendum sul partito di sinistra dopo la gestione fallimentare di Roussef, alla luce della corruzione dilagante e della recessione che ha colpito il Paese nel 2015 e nel 2016. Il neo-Presidente, pur ricevendo tempestivamente il plauso da Salvini, è stato oggetto di pesanti critiche da parte degli osservatori interazionali per le sue posizioni apertamente sessiste, razziste ed omofobe (riassunte egregiamente dai ragazzi di Vice Italia, che hanno pubblicato un video delle dieci dichiarazioni più controverse di Bolsonaro). In economia, le ricette spiccatamente liberiste a favore di pochi (possibilmente bianchi e già ricchi) promettono benefici anche ai milioni di poveri che abitano il Paese. Anche se la Storia ci insegna che non è così.

Da almeno un triennio, ossia dalla Brexit in poi, sono forti le scosse di assestamento che stanno colpendo le democrazie mature in giro per il mondo. Un movimento tettonico che sta radicalmente cambiando i connotati sociali ed i relativi assetti politici di un gran numero di Paesi “ricchi”. La crisi ha impattato sulla stabilità di questi Paesi e la loro resistenza al cambiamento si è rivelata causa di un rinnovato spirito reazionario. Quello di “Make America Great Again”, per intenderci.
Se gli effetti di breve periodo della crisi avevano portato ad una crescita esponenziale dei movimenti marcatamente di sinistra (basti pensare alla doppia elezione di Obama nel 2008 e 2012, alla crescita di Syriza, di Podemos e del Movimento 5 Stelle delle origini), gli effetti di lungo periodo hanno provocato un rigurgito reazionario che dal 2016 è iniziato ad esploderci tra le mani.
Trump, Le Pen (ma qualcuno potrebbe aggiungere anche Macron), Salvini e, per ultimo, Bolsonaro sono nient’altro che il risultato del movimento tettonico di cui sopra, che ha origine nelle mancanze di una sinistra che ha colpevolmente iniziato ad inseguire capitalismo, competizione e diritti civili, trascurando i diritti sociali. La disintermediazione data da internet, la banalizzazione del pensiero complesso e l’assenza di memoria storica hanno fatto il resto.

Però succede anche che la stessa sera in cui un estremista di destra diventa Presidente di un Paese dall’altro lato del mondo, a casa nostra, in un’apatica e fredda domenica d’autunno, un vecchietto ipovedente di novantatré anni vada ospite del programma di punta della Rete ammiraglia indossando degli occhiali arancioni manco fosse David Bowie. Il vecchietto in questione, Andrea Camilleri, inizia a parlare con voce lenta e visibilmente consumata da un numero incalcolabile di sigarette. Parla di “Conversazione su Tiresia”, il suo ultimo spettacolo andato in scena l’11 Giugno al Teatro Greco di Siracusa e che sarà prossimamente al cinema. Discute della sua cecità, e dei vantaggi che essa provoca.
Dice: «Mi reputo fortunato ad essere cieco, per non vedere certe facce ributtanti che seminano odio, che seminano vento. E che raccoglieranno tempesta».
Il riferimento, per niente nascosto, è a quella politica che fa della paura il volano del suo successo e di cui Salvini è portabandiera.
Commentando le parole della Senatrice Segre, creatrice di una Commissione Parlamentare sui fenomeni di intolleranza, razzismo ed antisemitismo che aveva parlato di “fascistizzazione del senso comune che ottant’anni fa ha coperto di vergogna l’Italia“, dice che «dovrebbero essere dette e scritte dentro ogni scuola. La cosa terribile è che stiamo educando una gioventù all’odio».
Parlando di migrazioni domanda a chi lo ascolta: «Perché, in fondo, l’altro deve essere diverso da me? L’altro non è altro che me stesso allo specchio».
Camilleri ha parlato delle grandi contraddizioni del nostro tempo con l’elasticità mentale di un giovane. Un giovane che prega i suoi coetanei di impegnarsi e di illudersi, come antidoti all’apatia e alla disillusione.

Dopo ieri, dopo il risultato delle elezioni brasiliane e dopo l’intervista di Camilleri, due strade sembrano tracciate in maniera netta ed irreversibile. La prima, scavata dal movimento delle placche tettoniche, che tra breve tempo distruggerà l’assetto del mondo occidentale per come lo abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale in poi. La seconda, quella che ci suggerisce Camilleri, è impervia e militante, è una strada che reagisce alla deriva. Quel “cori di liuni” pronunciato in diretta dallo scrittore che tanto assomiglia al foscoliano “Spirto Guerrier”. Dopo ieri sera, dopo l’elezione di un ex militare a Presidente di un Paese dall’altro lato del mondo e il quasi contestuale monologo di un vecchio cieco in televisione, siamo irrimediabilmente obbligati a decidere quale delle due strade percorrere.

Federico Filetti

27/09/18

La storia di un giovane senegalese sbarcato in Sicilia diventa un libro fotografico. Online la campagna di raccolta fondi.


“Durante la traversata nel deserto ho visto molte persone implorare i trafficanti per avere un po’ d’acqua, e ne ho viste altre cadere dal furgone ed essere abbandonate per strada. Molte delle persone che ho conosciuto durante il viaggio mi hanno raccontato di amici e parenti morti a causa della sete e della stanchezza.
In un pick-up che viaggia a tutta velocità sotto il sole più caldo del mondo, e per di più con trenta persone dentro, succedono cose che sono difficili da raccontare. E succedono perché, anche se sei circondato da gente che condivide il tuo stesso destino, quando sei su quel furgone devi pensare solo a te stesso”.
Arouna Diouf

Never Stop è un libro fotografico che racconta la storia del giovane Arouna Diouf, un ragazzo senegalese che a diciassette anni decide di lasciare la sua vita e i suoi affetti per inseguire il sogno di una vita dignitosa in Europa.

Never Stop è la storia del suo viaggio attraverso l’Africa, della prigionia in Libia e della sua nuova vita in Sicilia, fino all’incontro con il fotografo siciliano Carmelo Stompo. Carmelo ha incontrato Arouna per le strade di Catania, tre anni fa, in un luogo in cui dormivano uomini e donne che non hanno un tetto, una famiglia e che non hanno amore. Come durante il viaggio nel deserto, Arouna era circondato da tante persone, ma era profondamente solo. Da quell’incontro nasce Never Stop, un progetto che Carmelo ed Arouna hanno costruito insieme, mattone su mattone.
E’ un libro che racconta la storia di tutti gli ultimi del mondo e che descrive in maniera semplice e diretta la loro ambizione e la loro voglia di riscatto, per far riflettere soprattutto chi non riesce ad empatizzare con queste ragazze e questi ragazzi.

Per dare la possibilità ad Arouna di raccontarsi, Never Stop è sbarcato su Ulule, la più importante piattaforma di crowdfunding d’Europa: chiunque può finanziare il progetto attraverso delle donazioni, ricevendo delle ricompense che variano in base all’ammontare del contributo. Con una donazione di dieci euro sarà possibile ricevere una borsa ed una foto inedita, mentre con quaranta euro si riceverà il libro. Il ricavato, rendicontato con chiarezza sul sito, servirà a pagare i costi di produzione del libro e a pagare l’affitto di una stanza al giovane Arouna per la durata di un anno, dandogli così la possibilità emanciparsi. La restante parte verrà utilizzata per finanziare la mostra che lancerà il progetto a Catania. Per maggiori informazioni, è possibile visitare la pagina di Never Stop presente sulla piattaforma (ulule.com/never-stop).

Never Stop è il frutto di un grande lavoro di squadra che ha coinvolto, oltre Carmelo ed Arouna, molti giovani professionisti. Mattia Stompo, fotografo e videomaker con base a Londra, ha realizzato un film documentario che traspone in video la storia raccontata dalle fotografie di Carmelo. La colonna sonora del film è stata realizzata dal sound designer pugliese Luca Cannone. Federico Filetti, dottorando in sociologia a Parigi, ha curato i testi presenti nel libro e il racconto in cui Arouna parla della sua storia. Marco La Licata ha gestito la campagna di crowdfunding decidendo di realizzare la sua tesi di laurea magistrale sul progetto Never Stop. E’ stato fondamentale anche il contributo del fotografo brasiliano Carlos Freire.

Mercoledì 26 Settembre, il progetto è stato presentato al primo Pitch Pitch di Ulule che si è tenuto al Talent Garden di Poste Italiane a Roma, classificandosi secondo e ricevendo i complimenti dai presenti e dalla giuria. Lo scopo del Pitch Pitch è quello di mettere assieme le diverse realtà che si affidano alle potenzialità del crowdfunding per crescere, creando sinergie.

Le donazioni, che partono da cinque euro, possono essere effettuate già da adesso connettendosi sulla pagina del progetto. Un buon modo per usufruire di un’opera artisticamente molto valida, dando allo stesso tempo voce a chi è troppo debole per farsi sentire.

Inshallah Arouna!

04/08/18

La necessità di dissociarsi (dal M5S)



Pochi, ed io non sono certo tra questi, avrebbero scommesso all’inizio del 2018 sulla nascita di un governo formato da due forze con programmi opposti ed antitetica legittimazione popolare.
Pochi pensavano che l’ambientalismo delle battaglie NO TAV, NO MUOS e NO TAP, le istanze egalitarie insite nell’idea di reddito minimo garantito e nella Tobin Tax o la retorica della democrazia diretta come strumento per superare le distorsioni della democrazia rappresentativa avrebbero potuto (con)fondersi con misure ultra liberiste come la flat-tax.
Pochi pensavano che la forza politica che ha portato in Parlamento più giovani e donne nella storia repubblicana, categorie storicamente sotto-rappresentate e per questo più soggette a misure lacrime e sangue in periodi di recessione, avrebbe dialogato fino a creare un governo con una forza orgogliosamente machista, maschilista e classista.
Pochi avrebbero potuto predire che una fetta consistente dell’elettorato dei 5 Stelle avrebbe accettato acriticamente qualsiasi scelta del “leader” (parola scritta volutamente in minuscolo e volutamente virgolettata in quanto riferita a Di Maio).

Dopo la sua istituzionalizzazione, il Movimento 5 Stelle ha iniziato un percorso di crescita costante dal punto di vista numerico ma profondamente contraddittorio e discontinuo dal punto di vista ideologico. Per massimizzare la sua base elettorale, ha spinto con forza sulla retorica post-ideologica del “destra e sinistra non esistono più” (NB: destra e sinistra esistono eccome e i loro blocchi sociali sono più vivi e numerosi che in passato), accaparrandosi quindi voti di destra e di sinistra. L’exploit elettorale è stato ottenuto grazie alla coerenza verso molti dei punti della Carta di Firenze, ma dimostrando ambiguità su temi come la tutela delle minoranze etniche e religiose, il ruolo dell’Europa nel gestire il ciclo economico e le proposte economiche e sociali (come ho scritto ad inizio del 2017, attirando non poche critiche dalle tifoserie grilline).
Ritenevo improbabile (anche se non impossibile), e come me credo moltissimi delusi di sinistra attratti dalla spinta radicale ed innovatrice del Movimento 5 Stelle, che queste ambiguità avrebbero giocato un ruolo centrale nella formazione dell’alleanza con la Lega.
Credevo, forse ingenuamente, che la destinazione più naturale del Movimento 5 Stelle fosse a sinistra-della-sinistra, in un nuovo e grande polo europeo con dentro Podemos, Syriza, Melenchon e il Labour di Corbyn (questo auspicavo nel 2015, in un articolo scritto alla vigilia del referendum greco). E ne ero convinto semplicemente perché gran parte del programma dei 5S è di sinistra e gran parte degli elettori dei 5 Stelle è costituita dagli outsider, le categorie sociali danneggiate dalla globalizzazione ed abbandonate dai partiti social-democratici tradizionali perché è più comodo fare gli interessi dei padroni che quelli dei poveracci.
Credevo che la componente intollerante, formata dagli urlatori da tastiera, dai NO VAX e dai complottisti, fosse minoritaria all’interno della galassia 5 Stelle e per questo non decisiva nell’indirizzo dell’azione governativa.
Mi sbagliavo su tutta la linea.
Come in qualsiasi sistema complesso, però, i processi di causa-effetto vengono influenzati da un grande numero di variabili. E sono indubbie, in questo contesto, le responsabilità del centrosinistra peggiore che la storia ricordi, che ha preferito ingozzarsi di popcorn consegnando il Paese nelle mani dei fascisti invece di indirizzare il consenso di massa dei 5 Stelle verso i binari del riformismo di sinistra.

Il risultato è la nascita di un governo Frankenstein, in cui il partito più piccolo gioca da ago della bilancia negli equilibri di maggioranza con una spavalderia degna dei partitini del 3% all’epoca del proporzionale.
Quanto ai fatti, se è vero che qualche timido provvedimento “di sinistra” a firma M5S come il Decreto Dignità - spacciato dai filo-governativi come qualcosa di rivoluzionario - è stato messo all’ordine del giorno, è vero anche che l’azione di questa prima parte di legislatura è stata dettata dalla Lega.
La Lega ha preso il controllo dell’agenda di governo complici l’inesperienza e l’inadeguatezza della nomenklatura grillina e la scaltrezza del Ministro dell’Interno, che a colpi di tweet ha monopolizzato il dibattito pubblico indirizzandolo verso i temi a lui cari – principalmente migranti e sicurezza – guadagnando tantissimo consenso in poco tempo. Salvini ha fomentato e continua a fomentare l’indole intollerante di una parte consistente della popolazione, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Con buona pace di Marco Travaglio  - che, riscoprendosi pompiere, ad ogni suo editoriale ci ricorda quanto sia importante separare le due componenti partitiche nella valutazione dell’azione della maggioranza -, il giudizio sull’azione governativa deve prendere in considerazione l’unità delle forze che lo compongono, nonostante l’indiscutibile differenza genetica che separa Lega e M5S.

Chi, ed io sono tra questi, ha ingenuamente creduto che la componente di sinistra nel Movimento 5 Stelle fosse maggioritaria è obbligato a dissociarsi dall’operato di questo governo anticamera del fascismo e da tutte le altre forze politiche che con le loro scelte ne hanno legittimato l’ascesa.
Chi vede nell’eguaglianza e nella giustizia sociale i propri principi cardine, deve da adesso combattere da apolide politico l’operato di questo governo attraverso azioni quotidiane di dissenso e sensibilizzazione, nell’interesse delle minoranze senza voce.
E’ necessario volgere un occhio attento all’attivismo dei sindacati di base, unici corpi intermedi sinceramente interessati alle sorti degli esclusi e per questo gli unici in grado di poter creare e normalizzare una nuova coscienza di classe in una società atomistica come quella del nostro secolo.
E’ allo stesso modo fondamentale prestare attenzione all’evolversi di quei movimenti, nati nel disagio di un mezzogiorno impoverito da dieci anni di crisi e da quaranta di malgoverno, che mettono al centro della loro azione solidarietà e mutualismo.
In un momento in cui pochi fenomeni sembrano avere un’evoluzione lineare, ciò che appare chiaro è che l’unico argine alla destra sia la sinistra. E anche se molti, quasi tutti, pensano che la sinistra non esista più, guardando bene è possibile scoprire che qualcosa di buono e nuovo sta nascendo. Dal basso ed in silenzio.

Federico Filetti

09/06/18

Aboubakar Soumahoro difende gli ultimi


Aboubakar Soumahoro è un sindacalista USB che difende i diritti dei braccianti agricoli, lavoratori la cui dignità viene calpestata a suon di stipendi da fame e ritmi di lavoro da schiavitù. E' quasi superfluo aggiungere che la maggior parte di questi lavoratori venga dall'Africa.

Aboubakar ha preso parte allo sciopero indetto dal sindacato di base a San Ferdinando, in Calabria, in seguito alla barbara uccisione di Soumayla Sacko, bracciante fucilato mentre si appropriava di alcune lamiere abbandonate per costruire la sua baracca. Ieri sera è stato intervistato da Diego Bianchi per Propaganda Live. Sentirsi politicamente rappresentati dalle parole di un sindacalista mezzo ivoriano e mezzo italiano è stato come mettere assieme tutte le contraddizioni di questo Paese e demolirle in 0.5 secondi.

Il video della manifestazione inizia intorno al minuto 1.12.00 ed è seguito dall'intervista di Zoro ad Aboubakar, oltre che dall'intervista all'ex sindaco di Rosarno e a quella al sindaco di Riace (che ha fatto dell'accoglienza il volano dello sviluppo della sua città, diventando uno dei 50 uomini più influenti del mondo per la rivista Fortune, e che è stato recentemente additato come "uno zero" dal nostro ministro dell'interno).
Ve ne consiglio la visione, certo che sentiremo sempre più spesso parlare di Aboubakar Soumahoro nel prossimo futuro.

http://www.la7.it/propagandalive/rivedila7/propaganda-live-09-06-2018-243942

20/05/18

Monologue from 'Crave' by Sarah Kane

And I want to play hide-and-seek
and give you my clothes
and tell you I like your shoes
and sit on the steps while you take a bath
and massage your neck and kiss your feet and hold your hand
and go for a meal and not mind when you eat my food
and meet you at Rudy’s and talk about the day
and type your letters and carry your boxes
and laugh at your paranoia
and give you tapes you don’t listen to
and watch great films and watch terrible films
and complain about the radio
and take pictures of you when you’re sleeping
and get up to fetch you coffee and bagels and Danish and go to Florent and drink coffee at midnight
and have you steal my cigarettes and never be able to find a match
and tell you about the the programme I saw the night before
and take you to the eye hospital
and not laugh at your jokes
and want you in the morning but let you sleep for a while
and kiss your back and stroke your skin
and tell you how much I love your hair your eyes your lips your neck your breasts your arse your
and sit on the steps smoking till your neighbour comes home
and sit on the steps smoking till you come home
and worry when you’re late
and be amazed when you’re early
and give you sunflowers
and go to your party and dance till I’m black
and be sorry when I’m wrong
and happy when you forgive me
and look at your photos
and wish I’d known you forever
and hear your voice in my ear and feel your skin on my skin
and get scared when you’re angry
and your eye has gone red and the other eye blue
and your hair to the left and your face oriental
and tell you you’re gorgeous and hug you when you’re anxious
and hold you when you hurt
and want you when I smell you
and offend you when I touch you and whimper
when I’m next to you and whimper
when I’m not and dribble on your breast and smother you in the night and get cold
when you take the blanket and hot when you don’t and melt
when you smile and dissolve
when you laugh
and not understand why you think I’m rejecting you when I’m not rejecting you
and wonder how you could think I’d ever reject you
and wonder who you are but accept you anyway
and tell you about the tree angel enchanted forest boy who flew across the ocean because he loved you
and write poems for you and wonder why you don’t believe me
and have a feeling so deep I can’t find words for it
and want to buy you a kitten I’d get jealous of because it would get more attention than me
and keep you in bed when you have to go
and cry like a baby when you finally do
and get rid of the roaches
and buy you presents you don’t want
and take them away again
and ask you to marry me
and you say no again
but keep on asking
because though you think I don’t mean it
I do always have from the first time I asked you
and wander the city thinking it’s empty without you
and want what you want
and think I’m losing myself but know I’m safe with you
and tell you the worst of me
and try to give you the best of me
because you don’t deserve any less
and answer your questions when I’d rather not
and tell you the truth when I really don’t want to
and try to be honest because I know you prefer it
and think it’s all over but hang on in for just ten more minutes before you throw me out of your life
and forget who I am
and try to get closer to you because it’s a beautiful learning to know you
and well worth the effort and speak German to you badly and Hebrew to you worse
and make love with you at three in the morning
and somehow
somehow
somehow
communicate some of the overwhelming
undying
overpowering
unconditional
all-encompassing
heart-enriching
mind-expanding
on-going
never-ending
love
I have for you.

27/04/18

Socialismo e cultura - di Antonio Gramsci

"Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri (…).

19/02/18

Siamo tutti antifascisti?



Qualche settimana fa, a Macerata, una ragazza di diciotto anni è stata uccisa e fatta a pezzi e quattro nigeriani sono stati accusati di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere. Il giorno dopo, un ragazzo di ventotto anni, in passato candidato con la Lega Nord, è andato in giro per la stessa città sparando a sei nigeriani e concludendo la sua azione dimostrativa con un saluto romano e un tricolore legato sulle spalle. Ciò che si credeva fosse il gesto di un pazzo si è rivelato essere il piano lucido di un estremista di destra atto a vendicare la barbara uccisione della ragazza.
Un gesto di razzismo durante una campagna elettorale in cui la parola “immigrazione” ha monopolizzato il dibattito pubblico, scavalcando per importanza qualsiasi proposta in tema di economia, uguaglianza o diritti. Ne sono prova le posizioni ambigue assunte dai partiti dichiaratamente appartenenti all’alveo più progressista dell’arco parlamentare.

Il Ministro Minniti ha ricevuto il plauso da parte delle forze di destra per aver fatto diminuire il numero di migranti che arrivano in Italia. Il costo di questo successo, come spiegato da Gino Strada, è quello di “consegnare i migranti nelle mani dei torturatori ed assassini” delle carceri libiche, luoghi in cui l’Agenzia delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti umani ha rilevato la violazione dei più basilari diritti dell’uomo per più di ventimila persone, con la compiacenza delle Istituzioni Europee. Un peso sulla coscienza che siamo disposti a sostenere per evitare che la situazione sfugga di mano. Del resto, finché le violazioni dei diritti umani avvengono lontano dai nostri occhi è più semplice digerirle. Mors tua, vita mea.
La richiesta del sindaco PD di Macerata di non partecipare al corteo antifascista organizzato nelle ore successive all’attentato, appello promosso dallo stesso Minniti (che ha addirittura proposto di vietare ufficialmente la manifestazione), si inserisce perfettamente in questo contesto di illogicità politica.
Illogicità a cui contribuisce sostanzialmente anche il Movimento 5 Stelle, seppur strenuo difensore dei valori della Costituzione, quando per bocca del suo candidato premier chiede di “restare in silenzio e non strumentalizzare quanto accaduto”, perché “tanto il fascismo è morto e sepolto”.
E, in effetti, all’interno dei due partiti che si contendono la guida del Paese si è cercato così tanto di non strumentalizzare da essersi dimenticati di andare a sincerarsi delle condizioni di quei poveri ragazzi la cui unica colpa è quella di essere nati nella parte sbagliata del mondo. A differenza di alcuni rappresentanti di Liberi e Uguali, di Potere al Popolo e del dissidente Ministro Orlando. Amnesie di governo.
Ma perché le istituzioni di un paese nato dalle ceneri di una guerra civile, teatro in piena guerra fredda di svariati tentativi di colpi di stato di matrice fascista, sembrano preferire far finta di niente invece di identificarsi con decisione sotto la bandiera antifascista?
Roberto Saviano, in un articolo scritto per il The Guardian, ha risposto a questa domanda con poche, ma eloquenti, parole: “Per non perdere i voti dell’elettorato xenofobo: questa è la loro paura, la conseguenza di un sistema politico vuoto”.

In una politica schizofrenica, al fascismo si è risposto con la criminalizzazione della sinistra radicale e dei centri sociali quali principali e più vigorosi sostenitori dell’antifascismo. Si è risposto con il grido di “più sicurezza” e con la promessa di assunzione di diecimila poliziotti, invece di concentrarsi su come educare i cittadini a non commettere gli errori del passato, invece di promettere di migliorare la gestione dell’accoglienza nel rispetto dei diritti dei migranti. 
In questo contesto il ruolo dei media è stato di primo piano. Scrive a tal proposito Christian Raimo: “I giornali borghesi, di fronte al fascismo che avanza, si trincerano ogni giorno di più, dicendo che il popolo sbaglia, che non bisogna esagerare, che il fascismo è un allarme ingiustificato, che gli opposti estremisti no no gné gné, evocano il pericolo di uno scontro sociale che nonostante tutto non c'è, e non sanno riconoscere il fascismo nemmeno in uno con una zanna di lupo tatuata in fronte.
Quello che si ricorda sempre poco è che Mussolini arrivò al governo con la complicità di monarchici, nazionalisti e liberali ottusi che si erano persuasi che fosse meglio uno che aveva in mano le squadre d'azione che qualunque altra ipotesi.
Luigi Facta, il presidente del consiglio giolittiano nel 1922, prima fu sorpreso dalla marcia su Roma, poi accettò insieme al re di non proclamare lo stato d'assedio, e infine si accomodò tra quelli a cui il regime fascista non stava poi male e mantenne il suo posto da senatore”.
Questa implicita connivenza tra forze parlamentari e fascisti portò, tra le altre cose, alla delegittimazione degli intellettuali dell’epoca, Gramsci in testa, rei di non essersi asserviti alla causa del regime, classificati come dissidenti, usati come scudi per celare le malefatte del regime. Dinamica ricorrente nei periodi di crisi culturale è la banalizzazione del pensiero complesso ed articolato, attraverso cui prende forma la delegittimazione del ceto intellettuale. Un calderone in cui vengono gettati indistintamente le cause e gli effetti, le vittime e i colpevoli, per poi essere dati in pasto alle masse. Non riconoscere delle analogie tra il contesto passato e quello attuale significa lasciare terreno fertile alle forze reazionarie, che proprio dal clima di confusione ed insoddisfazione traggono linfa vitale (come testimoniato dal pauroso aumento degli episodi di razzismo e di violenza fascista).

Lo scopo di questo articolo è quello di rispondere alla domanda contenuta nel suo titolo.
Siamo tutti antifascisti? La risposta è no e le motivazioni non sono banali.
A parole tutti si dichiarano apertamente antifascisti e antiviolenti, ivi compresi i rappresentanti di alcune forze parlamentari nate in aperta continuità con quel pezzo di storia. Allo stesso modo in cui pezzi malati di classe dirigente si sono posti fintamente in discontinuità con la mafia. Dire di essere antifascista, esattamente come dire di essere contro la mafia, non ti rende né un antifascista, né un antimafioso. 
La domanda da porsi quindi diventa “sapremmo riconoscere un fascista se ne vedessimo uno?”. 
E’ ovvio che trovarsi davanti ad uno skinhead con la svastica tatuata sulla nuca renderebbe il compito più facile, così come sarebbe facile riconoscere un mafioso grazie ai baffi, la còppola ed il fucile in spalla. Ma quelli sono stereotipi utili più al cinema o al teatro, quasi come eredità della tradizione della commedia dell’arte.
Il fascismo e la mafia sono fluidi che assumono la forma del contenitore istituzionale che li ospita. Entrambi i circuiti si servono dell’instabilità e della debolezza culturale e usano la violenza per affermarsi. E, sia chiaro, spesso vestono in giacca e cravatta. 
Per questo è difficile riconoscerli. Per questo, sempre più spesso, gli si concede spazio mediatico e diritto di parola. 
Il non riconoscere l’indole violenta e prevaricatrice come loro approccio fondante, tollerarne l’intolleranza e giustificarne anche parzialmente le azioni vuol dire giocare ad un gioco in cui la probabilità di uscire sconfitti è altissima. La crisi economica e i suoi effetti di lungo periodo, la disintermediazione data da internet e la perenne divisione delle forze politiche anche nelle cause che dovrebbero essere comuni sono manifestazioni inequivocabili della condizione caotica dei nostri giorni. E bisognerebbe tenere presente che, nel caos, vige la legge del più forte.

Federico Filetti
© Federico Filetti
Maira Gall